Intervista a Silvan su La Stampa (Sabato 12 Dicembre 2020)

Sim Sala Silvan: “I bravi maghi studiano tanto e la sera dicono le preghiere”

Il più grande prestigiatore italiano svela i trucchi della sua formazione da autodidatta, “Sono cresciuto con le fiabe di mamma, i libri delle bancarelle veneziane e Shakespeare”

Non abbia paura, entri nel bosco. Cammini dritto davanti a sé. Lo vede quell’albero? Sì, proprio quello. Adesso con la mano destra tocchi il muschio che è cresciuto sul tronco. Non lì, un po’ più in alto. Ha trovato il muschio? L’ha sfiorato e ora ha la mano destra tutta bagnata. Non abbia paura, è solo acqua. Nient’altro che qualche gocciolina. Ora appoggi la mano sulla fronte. Così. Bravo. Non abbia paura». Dall’altra parte del telefono c’è Aldo Savoldello, in arte Silvan. Ovvero, come è scritto con sacrosanta immodestia nella quarta di copertina del suo ultimo libro – La nuova arte magica – «il mago italiano più famoso e conosciuto del mondo».

«Tutto bene? Era solo un esempio. Ecco cosa intendo quando dico che la cosa più importante è saper raccontare una storia. I primi ricordi della nostra infanzia sono popolati di streghe, di maghi e di foreste minacciose. Per questo i bambini e gli adulti si stupiscono sempre assistendo a un gioco di prestigio». Si ferma un istante e attacca a parlare in veneziano: «Me mare che conta le fiabe, e mi che me spavento e me scondo soto le coperte». Ride e torna all’italiano: «Ci affascina tutto ciò che non conosciamo e che ci fa paura. La magia nasce quando l’uomo ha cominciato a camminare eretto e ha dovuto sfidare i suoi simili non con la clava ma usando l’intelligenza. Di solito l’uomo, più che capire, preferisce credere».

Sim Sala Bim! Il Mago Silvan non ha bisogno di presentazioni. I suoi numeri, la sua voce e il suo smoking («Smoking, mi raccomando. Il frac non l’ho mai messo»), fanno parte dell’immaginario collettivo italiano. Da oltre mezzo secolo appare e scompare fra teatri, studi televisivi e set cinematografici. Oggi, a 83 anni, mentre aspetta la fine dell’incubo Covid per tornare a esibirsi dal vivo, bazzica anche il web: «I ragazzini sono più smaliziati di un tempo ed è sui social che vanno a cercare le spiegazioni dei miei trucchi. Lo trovo bellissimo. Qualcuno pensa che Google e la realtà virtuale minaccino il mio lavoro, ma non è così. Finché esisteranno due uomini sulla Terra uno stupirà l’altro. In Italia nel 1960, prima dell’apparizione della Tv, i maghi erano qualche dozzina. Oggi, tra appassionati, amatori, semi-dilettanti e professionisti siamo oltre tremila». La sua ultima fatica letteraria è la fenomenologia di questo stupore e dei suoi protagonisti: 400 pagine fitte di nomi e di storie dai Rab Mag babilonesi agli illusionisti contemporanei Dynamo e Criss Angel, passando per il Vaudeville, i luna park americani di inizio Novecento, Houdini, Mesmer, Bartolomeo Bosco, David Copperfield e Arturo Brachetti. La chicca finale sono gli elenchi dei «Prestigiatori professionisti e amatori noti al pubblico dei maghi» e quello dei «Prestigiatori professionisti noti al pubblico profano» suddivisi per regione.

Come nasce “La nuova Arte Magica”?

«Ho pubblicato tredici libri ma questo lo considero il più importante perché è il frutto finale di una vita di ricerche. Ho sempre avuto il vizio della lettura. I libri, come le persone che incontriamo, ci rimangono dentro e sedimentano nel nostro subconscio. Ho scritto questo libro, l’ho scritto di mio pugno, perché aveva cominciato a vivere dentro di me. Ci ho impiegato cinque mesi, stando seduto sette ore al giorno davanti al computer. Mia moglie è inglese e poveretta doveva   sempre chiamarmi – “Aldo, Aldo, the dinner is ready” – per farmi alzare dalla scrivania».

Lei ha una libreria sterminata di oltre cinquemila volumi. Quali sono i più importanti?

«Ho iniziato ad acquistare libri dedicati alla magia in generale quando ero unbambinodi7 o8 anni. Li compravo nelle bancarelle di Strada Nuova, a Venezia, e pian piano cominciai a selezionarli con le dovute distinzioni: occultismo, magia nera, teosofia. Mio padre, che faceva il poliziotto, era preoccupato per queste letture e mi mandò da uno psichiatra che per fortuna lo rassicurò sulla mia salute mentale. Certo, quando a 11 e 12 anni mi mettevo a parlare di metempsicosi, le ragazzine mi guardavano come se volessi atteggiarmi a superuomo. In realtà io ero e sono una persona normalissima che ha sempre amato la cultura. Ancora oggi vivo circondato dai libri. Ne ho trenta aperti sul comò, altri venti sul tavolino. Li divoro».

Cos’ha studiato il mago Silvan?

«Dopo la terza liceo ho frequentato qualche corso privato ma fondamentalmente sono un autodidatta. Nella vita è importante conoscere e approfondire quello che ci attrae. Per quanto mi riguarda, oltre alla magia, Venezia e i suoi teatri».

Colleziona volumi su Venezia?

«Io respiro Venezia. Provengo da una famiglia nobile arrivata nella Serenissima da Bergamo insieme a Bartolomeo Colleoni, quello del monumento equestre del Verrocchio. Sono nato in Campiello de le Strope, a Santa Croce, dove nacque anche Carlo Gozzi, il drammaturgo rivale di Goldoni e autore della Turandot. Quando avevo 14 anni con alcuni amici avevamo fondato il Club dei 4 Lord. Eravamo i ragazzi bene di Venezia, vestiti di tutto punto seguendo la moda inglese. Pubblicavamo anche un giornaletto, intitolato Il Gatto a nove code, e giravamo per i teatri. Ricordo che intervistai Vittorio Gassman in un camerino della Fenice dove venne per l’Adelchi».

La capacità di raccontare storie è fondamentale in ogni buon numero di magia. Le viene in mente qualche scrittore che avrebbe potuto essere un buon illusionista?

«Non solo scrittori ma anche registi, sceneggiatori e attori. Sicuramente Sacha Guitry e Antoine de Saint-Exupéry, Thomas Mann, Lewis Carroll e naturalmente Walt Disney. Anche Orson Welles esordì come mago. E poi il nostro Federico Fellini, grande appassionato di magia e parapsicologia. Quando vivevo a Londra mi scrisse per propormi un ruolo nel suo Viaggio di G. Mastorna ma purtroppo il film saltò».

Fra i suoi spettatori ha avuto Ronald Reagan, Frank Sinatra, la Regina Elisabetta e Silvio Berlusconi. Qual è il posto più incredibile in cui si è esibito?

«Davanti al sagrato del Duomo di Milano di fronte a una piazza gremita da 20 mila persone. Ma non posso dimenticare uno spettacolo con la mia compagnia in un lussuoso hotel di Genova. C’era un solo spettatore: un bambino figlio di un miliardario».

Cosa sta leggendo in questo periodo?

«Saggezza di Michel Onfray. Ho appena finito The man with the cosmic mind dell’astronauta Edgar Mitchel, quello dell’Apollo 14. Ma sto leggendo anche il bellissimo Cervelli che contano di Giorgio Palontigara che fa parte della mia libreria scientifica. Poi devo confessare che uno dei miei piaceri più grandi è quello della rilettura: sto rileggendo Vita di Carmelo Bene, del quale sono stato un grande amico. Frequentava casa mia e lo aiutai a girare Nostra signora dei turchi. Partecipai anche alla Salomè che fu realizzata con quattro operatori in un appartamento di via del Babbuino, a Roma, dove le mie mani che facevano volteggiare dei foulard diventarono quelle di Gesù Cristo».

Fu il cinema ad aprirle le porte della Tv?

«In realtà avevo già fatto Tv: prima per 24 sabati di fila sono stato protagonista della sigla di Scala Reale su Raiuno, poi i dirigenti Rai Salvi e Voglino mi richiamarono insieme a Emma Danieli per condurre Vetrina di un disco per l’estate. A convincermi fu mia moglie a cui l’idea di trasferirsi a Roma piaceva. Era stufa di fare la “zingara di lusso“ e mi ricordava tutti i giorni che nessuno dei due proveniva da una famiglia di circensi. Fu così che indossai i blue jeans e mi diedi da fare recitando qualche monologo di Shakespeare, una delle mie grandi passioni, e ballando il rock and roll. Erano gli anni in cui la prima serata del sabato faceva 18 milioni di telespettatori…».

A quel punto tirò fuori un mazzo di carte e…

«All’epoca nessuno conosceva la magia. La gente credeva che i miei trucchi fossero fatti in post-produzione. Giammai. Il mio dono è la destrezza di mano. Cominciai a fare qualche trucco con le carte e fu un successo clamoroso. Ricevetti 25 mila lettere. Poi facevo anche il mentalista: chiamavo le persone al telefono e indovinavo quanti soldi avevano in casa. Quando uscivo dagli studi di via Verdi, a Torino, c’era gente che si metteva in ginocchio per baciarmi le mani».

Addirittura…

«Ricevevo dozzine di telefonate alla settimana da gente che credeva che avessi chissà quali poteri e voleva incontrarmi. Pensavano fossi un taumaturgo. Io li fermavo subito: sono un prestigiatore che vive di esercizi e di studi, non di magia».

Lei è socio emerito del Cicap, il comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale. Fin dal famoso episodio dei «guaritori filippini» si è sempre battuto per smascherare truffatori e ciarlatani. La cultura scientifica ha fatto passi avanti?

«Non ho mai avuto la sciocca presunzione di smascherare nessuno. Mi sono limitato a ripetere i loro “miracoli” servendomi della prestidigitazione. Io cerco di duplicare quello che questi signori fanno con gli strumenti della mia arte».

Ripete spesso che il famoso mentalista torinese Gustavo Rol si è sempre rifiutato di incontrarla…

«Non basterebbe un libro per parlarne. Mettiamola così: se lei crede in qualche cosa continui pure a farlo. Io non posso certo dissuadere qualcuno dalla sua forma mentis. La prossima domanda?».

Si considera un uomo religioso?

«Certo. Non dimentichi che i miei primi debutti sono avvenuti negli oratori di Venezia e che ho intrattenuto due patriarchi che poi sarebbero saliti al soglio pontificio: Giovanni XXIII e papa Luciani. Io sono cattolico e se posso vado alla messa, un’abitudine che ho trasmesso anche ai miei figli. E la sera, prima di addormentarmi, dico sempre le preghiere».

Di Francesco Moscatelli

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