La Stampa intervista Arturo Brachetti

Dal sito de La Stampa l’intervista ad Arturo Brachetti. http://lastampa.it/2013/04/06/spettacoli/dirigo-un-orchestra-ma-a-modo-mio-da-cartone-animato-G01JdWrZmlgpULashXfLjP/pagina.html

06/04/2013 – ARTURO BRACHETTI
“Dirigo un’orchestra ma a modo mio: da cartone animato”
L’artista: con “Allegro un po’ troppo” spero di avvicinare ai concerti chi non ci va
ALESSANDRA COMAZZI
Arturo Brachetti. L’uomo dai mille volti, il re dei trasformisti, uno degli artisti italiani più noti e amati al mondo, 2 milioni di persone che hanno visto il suo «one-man show». Cresciuto a Corio Canavese, provincia di Torino, ha cominciato le magie dai Salesiani. Il primo lavoro a Parigi, nel 1979, Paradis Latin, e in Francia lo adorano. Ora sta studiando uno spettacolo per gli Stati Uniti con Woody Allen mentore e intanto cura le regie di tutte le performance di Aldo, Giovanni e Giacomo. Brachetti, 55 anni portati da mago, estetico segno della Bilancia, approccio alla vita e alle persone scherzoso, vagamente disilluso, e un grande avvenire dietro le spalle: ha ancora qualche sogno nel cassetto? «Ho due sogni. Uno non si realizzerà mai perché manca la materia prima, cioè la voce: cantare in un musical».

Potrebbe fare un ruolo cameo: lo trova impossibile?  

«Ma a me non darebbero un ruolo cameo. Dovrei fare il protagonista. Senza peraltro riuscirci. L’altro sogno invece sta per realizzarsi. Dirigere un’orchestra. E dirigerò l’Orchestra Nazionale Rai. Una grande formazione, mica robetta. Sensazione meravigliosa. Peccato che ci sarà anche un maestro vero, Francesco Lanzillotta».

Dove, come, quando?

«All’Auditorium Toscanini di Torino, il 28, 29, 30 maggio, e magari aggiungeremo un’altra data. Questo “concerto-spettacolo per magia e note” si intitola Allegro un po’ troppo. È diviso in due parti. Nella prima riproponiamo Pierino e il lupo di Prokofiev, che già avevamo fatto insieme un paio di anni fa: mi trasformo nei diversi personaggi della fiaba, coinvolgo il pubblico. Nella seconda è come se diventassi un cartone animato vivente, che racconta la musica. Lo scopo dell’operazione è avvicinare ai concerti chi ai concerti non va mai».

 E i musicisti come l’hanno presa?  

«Benissimo. La musica può essere un grande tramite di divertimento. E loro, i maestri, lo sanno bene».

Lasciatemi divertire. L’agilità fisica è uno dei perni del suo mestiere: come fa a restare così in forma? 

«Tanta ginnastica e mangiare poco. Riso bollito, bistecchina, insalatina. Una vita di stenti. Ma a Natale, eccezione col panettone. E’ tornato il Galup, come sono contento. E la ginnastica la faccio a casa, in mutande, così i rotoli di ciccia non si possono andare a nascondere».

La sua casa torinese è mitica, porte che spariscono e soffitti incantati: l’hanno anche mostrata in un documentario tv di Giulio Graglia. Mai pensato di trasferirsi?  

«Ma siamo matti? A casa torno, e resto, sempre volentieri. Si vede anche la Mole, dalle finestre. Anzi, sto pensando che in vecchiaia potrei fare pagare il biglietto per una visita con tè. Una cosa equa. Se si vuole anche lo spettacolino, un’aggiunta».

Lei scherza, ma è come se sentisse l’età che avanza: è così?  

«Una volta me li toglievo proprio, gli anni, poi ho cambiato. Sono nato nel 1957, che ci posso fare? Però spero di non dover stare lì a mostrare le gambe come Carmen Miranda fino agli 80. Mi piace cercare nuovi talenti, per esempio Luca Bono è un giovane illusionista molto bravo. Sto anche pensando di metter su un museo. Ma costa, e il periodo non è favorevole».

 E il paranormale?  

«Conosco i trucchi per eseguire tutto quello che viene definito paranormale».

 Come le è venuto in mente di fare il mago?

«Da bambino ero molto timido, mi piaceva trasformarmi, mi dava forza. Il primo regalo che ho chiesto ai miei era un teatrino. I primi costumi me li ha cuciti mia mamma. Il primo maestro è stato don Silvio Mantelli. Mi maschero anche fuori scena: da prete, per esempio. Irriconoscibile. Pure vestito da motociclista alla Easy Rider non sono male: se vado in discoteca così conciato, posso salutare chi voglio senza che mi mettano su Facebook».

E la vita? Realtà, illusione?  

«Più illusione, direi. O magari “realtà aumentata”, come quella che i lettori possono trovare qui sulla Stampa».

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