Jean-Eugène Robert –Houdin parla dei “greci”

I principii dello scroccone greco

di Jean-Eugène Robert–Houdin

Vite d’azzardo. Il gioco d’azzardo è una rappresentazione teatrale che non perde il suo fascino. Un breve racconto del noto illusionista francese

Solo pochi anni fa, nei pressi del Jar­din des Plan­tes, in piazza della Basti­glia o in qual­siasi altro luogo pub­blico era ancora facile imbat­tersi in un uomo che, ripie­gato sulle ginoc­chia, si dava da fare con una sorta di inganno. Nella mani, teneva tre carte: il sette di cuori, il re di pic­che e l’asso di qua­dri. Le ultime due carte erano sovrap­po­ste nella mano destra. L’altra era tenuta dalla mano sini­stra. Lo scroc­cone, sol­le­vando un poco le mani, faceva vedere l’ordine delle carte, poi le sol­le­vava e le get­tava una di qui, una di là, ma seguendo un ordine pre­ciso. Poi, per ingan­nare l’occhio dello spet­ta­tore, le faceva sci­vo­lare una sotto l’altra. Rivol­gen­dosi al suo com­pare, gli chie­deva infine di sco­prire il re di pic­che. Il pub­blico li seguiva e, avendo visto bene dove si tro­va­vano le carte, avendo potuto seguire l’evoluzione e gli spo­sta­menti, escla­mava den­tro di sé «è là». E non si sba­gliava mai. Allora, il truf­fa­tore simu­lava sgo­mento per non essere riu­scito nell’impresa di ingan­nare il «suo» pub­blico. «Ripro­viamo», diceva, e ripren­deva a spa­ri­gliare le carte invi­tando, sta­volta, quel pub­blico a puntare.

Soli­ta­mente il pub­blico rideva, non osando infie­rire su un pre­sti­gia­tore che repu­tava mal­de­stro. Ma altret­tanto soli­ta­mente, se ne usciva uno spet­ta­tore, non di rado un con­ta­di­notto inge­nuo e can­dido, che ridac­chiando accet­tava la sfida: «Scom­metto venti monete che capi­sco dove si trova il re di pic­che». Il greco – per­ché, ricor­dia­molo, così nel nostro XIX secolo abbiamo deciso di chia­mare chi truffa al gioco — accet­tava la sfida, mischiava le carte e… per­deva. La sfida, però, doveva con­ti­nuare e il greco non avrebbe smesso di per­dere, fino a che il con­ta­di­notto, sod­di­sfatto, non si fosse riti­rato. Il pub­blico guar­dava, non finendo di ingannarsi.

A quel punto, acca­deva che dei bor­ghesi, che se ne sta­vano là ridendo di quel greco non meno che di quel con­ta­dino, deci­des­sero di dare una bella lezione al nostro per­dente nato. Si avvi­ci­na­vano in tre o in quat­tro e pre­ten­de­vano di gio­care. Igno­ra­vano, i pove­racci, che il con­ta­dino – scarpe grosse, ma cer­vello fino – altro non era che un com­plice del nostro baro. Igno­ra­vano che il baro aveva tes­suto la sua tela e i fili che pre­sto li avreb­bero intrap­po­lati erano fatti della loro stessa cupi­di­gia. Con nuovi gio­ca­tori, anche la tat­tica di gioco cam­biava. Lan­ciando a terra le sua carte, attuava una mossa che ne cam­biava la dispo­si­zione senza che nes­suno se ne accor­gesse. Prima che le carte cades­sero a terra. E il greco vin­ceva. Come capita ai per­denti mossi da cupi­di­gia, que­sti non se ne anda­vano prima di aver preso un numero di rivin­cite era soli­ta­mente pari al numero di denari che que­sti signori pote­vano tra­sfe­rire nelle tasche del baro. Capi­tava spesso che litigi e risse seguis­sero al gioco. Ma allora il con­ta­di­notto – can­dido fin che si vuole, ma dalle brac­cia forti e dal pugno facile – che se ne stava a osser­vare a distanza arri­vava rapi­dis­simo, copriva il com­pare e se la dava a gambe con lui e con tutto il denaro. Oggi, que­sto gioco è stato proi­bito, ma in Inghil­terra, dei fur­fanti chia­mati gam­blers, pra­ti­cano un gioco simile, ma lo pra­ti­cano coi dadi e lo chia­mano Thim­ble game.

Fonte http://ilmanifesto.info/i-principii-dello-scroccone-greco/

P.S.: Per chi non lo sapesse i bari, in francia ai tempi di Robert-Houdin, erano chiamati “creci”.

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