Intervista a Francesco Tesei

Ad oggi è considerato il Mentalista numero uno in Italia. Nei teatri il suo spettacolo riscuote un
successo dopo l’altro, è ormai un volto noto anche in tv ed ha recentemente avviato un progetto per
portare il Mentalismo direttamente a casa delle persone. Stiamo parlando di Francesco Tesei al
quale ho avuto la possibilità di rivolgere alcune domande.

Cosa cambia tra fare il mentalista e fare il prestigiatore?

Mmm… la dimensione del baule della propria auto?

Il mago si presenta come una specie di supereroe, il mentalista invece la pensa esattamente allo stesso modo, ma non ha i soldi per comprarsi il mantello…

Morale: siamo tutti matti, ma noi mentalisti almeno abbiamo la decenza di tenere le cravatte con le carte chiuse nell’armadio… Anche se, in effetti, diciamo la verità: andiamo in giro con un cucchiaino piegato come collana, convinti che sia cool…

Quindi non so… mi vengono solo in mente le parole di Tony Andruzzi: “La credibilità di un prestigiatore è inversamente proporzionale al numero di decorazioni del suo costume”.

Ti è già capitato di trovare qualcuno che ha creduto che tu avessi veramente i poteri?

Per quanto io ribadisca ad ogni performance di non avere “poteri”, immagino che possa succedere che qualcuno si faccia un’idea sbagliata di ciò che vede. Credo che dipenda da me solo in minima parte, e sia più che altro una questione relativa alle “credenze” del singolo. C’è a chi piace credere che esistano certi poteri, e quando vede un mio spettacolo di mentalismo lo prende come dimostrazione di ciò che già pensava, anche se gli è stato detto in maniera piuttosto inequivocabile che non è questione di poteri paranormali.

Con questo non voglio dire che presentarsi come mentalista dotato di poteri sia sbagliato. È una questione di stile, di cornici che si decide di costruire intorno agli effetti proposti. Io ho scelto fin dall’inizio una cornice psicologica (a proposito di etichette, personalmente non amo la definizione “mentalismo scientifico”: mi pare un approccio rischioso, forse anche da un punto di vista “etico”), prima di tutto perché mi sentivo più a mio agio, e poi perché mi permetteva di sondare certi temi e argomenti: ad esempio, preferisco giocare con l’idea di libero arbitrio piuttosto che raccontare di aver fatto un sogno premonitore.

Come si sceglie il tipo di approccio?

È una questione di gusti personali, non c’è necessariamente una scelta giusta e una sbagliata, anche se bisogna calcolare quali potrebbero essere le eventuali conseguenze delle proprie scelte.

Cioè?

Mi spiego: finché si gioca a fare mentalismo per i propri amici, a qualche festa o in qualche locale, in fondo non ci sono chissà quali problemi.

Ma se si finisce in tv, se i giornalisti cominciano a chiamarti per scrivere un pezzo su di te in un giornale nazionale, se sei invitato a parlare alla radio, insomma se si finisce “nel radar”, a quel punto la scelta del proprio personaggio diventa improvvisamente cruciale. Spesso siamo molto concentrati su come fare un effetto, e ci preoccupiamo meno di cosa implichi quell’effetto, a livello di messaggio. E invece prima o poi qualcuno ce lo chiederà.

Per non dimenticare il fatto che, se facciamo bene il nostro lavoro, potremmo anche finire per essere di ispirazione, piccola o grande, per qualche altra persona. Allora, io preferisco aprire una email e scoprire che un mio spettacolo ha ispirato un giovane a iscriversi alla facoltà di psicologia, piuttosto che stimolare qualcuno a… non so… credere negli spiriti, o nella scaramanzia di un oggetto “carico di energia”, o a un pendolino che si muove.

Quindi scegliere il proprio personaggio non è così facile?

È una questione sottile e complessa, perché in ogni caso noi ci muoviamo inevitabilmente nel territorio della suggestione: c’è sempre una componente di “inganno” (o di “illusionismo”, per usare un termine più soft). Ma a volte le nostre suggestioni, provocando emozioni nelle persone, non restano semplici momenti di “intrattenimento”: qualcuno potrebbe ragionarci sopra, darsi delle risposte a certe sue domande sulla base di ciò che ha visto (o vissuto in prima persona) durante un nostro spettacolo.

Per questo, a mio parere, la scelta del proprio personaggio – manifestata su vari livelli tra cui la scelta del materiale che mettiamo in scena – dovrebbe essere ponderata. Con questo non voglio certo fare “il moralizzatore”! Max Maven liquida la questione dicendo: “Io faccio accadere delle cose. Forse è tutto vero, forse è un trucco, forse è una via di mezzo, e non è compito mio spiegarvi dove sia di preciso quel confine”. È un concetto che merita rispetto e che – nella sua geniale sintesi – forse esprime tutto ciò che c’è da dire sulla questione: in fondo perché dovremmo caricarci sulle nostre spalle la responsabilità di come ogni singolo individuo gestirà la propria esperienza a contatto con il mistero?

Quanta psicologia c’è nel mentalismo?

Partiamo dal fatto che c’è (o almeno ci dovrebbe essere…) tanta psicologia anche nell’illusionismo. Ciò che rende davvero invisibili certi passaggi o manipolazioni sono, in effetti, meccanismi psicologici. Forse la differenza è che nell’illusionismo l’aspetto psicologico rimane celato: è uno dei “tools” segreti che permette al prestigiatore di compiere inspiegabili magie.

Invece nel mentalismo la psicologia non solo può emergere, ma può diventare il nocciolo della questione, il tema principale, la premessa dell’esperimento stesso. Ma, ancora una volta, dipende dal tipo di mentalismo che si vuole portare in scena.

Lavori sia in teatro sia in tv: cosa cambia e dove è più difficile?

Premetto che ovviamente esprimo un parere personale. Per quanto mi riguarda è molto più difficile fare televisione. A teatro faccio io le regole: quanto dura lo show? Di cosa parlerò? In che modo coinvolgerò il pubblico? Sono tutte cose pianificate da me nel periodo di scrittura dello spettacolo, sulla base di ciò che ritengo funzionale per me e per il pubblico che mi segue. E poi ogni cosa viene provata con calma e con cura: dai movimenti ai testi. Successivamente, ogni replica diventa un’occasione per limare ulteriormente ogni aspetto di regia e così, dopo qualche replica, lo spettacolo diventa fluido, rodato e solido.

In tv, invece, devi capire che sei a servizio di un “contenitore” più grande: il programma. E ogni programma ha il suo concept, le proprie dinamiche e i suoi protagonisti e conduttori. Ogni volta, quindi, bisogna capire come integrarsi al meglio dentro a tutto questo. L’idea che debba essere “tutto il resto a piegarsi a noi” è bella, in teoria. Ma autori, registi, e soprattutto produttori, difficilmente ragionano così. Non è mancanza di rispetto: è semplicemente che partono dalla loro idea di programma, e ritengono che ogni pezzo debba incastrarsi in maniera fluida. Cosa che, in un certo senso, non è sbagliata. Capisco che qualcuno possa avere un’opinione diversa, e magari mentre legge queste mie parole stia pensando: “No! Io sono questo, e non mi faccio snaturare da altre persone!”. Ma non sto parlando di snaturarsi: sto parlando, fondamentalmente, di capire “il linguaggio e il meta-linguaggio di un programma televisivo”.

Zelig ha il suo linguaggio, diverso da Domenica In. Italia’s Got Talent ha il suo linguaggio, diverso da Le Iene. E così via…

A me piace dimostrare a chi fa televisione – e anche a me stesso – che ho l’esperienza e la capacità di decodificare e “sintonizzarmi” con il linguaggio del programma attraverso nuance stilistiche: ad esempio, quanta autoironia inserire, quanti e quali riferimenti culturali adottare, quale ritmo tenere, ecc…

Ci esemplifichi questo concetto partendo dai programmi cui hai partecipato?

Se si guarda una mia partecipazione a Domenica In, con Pippo Baudo, si può notare che il mio modo di pormi è leggermente diverso da, per esempio, il modo di interfacciarmi con Teo Mammucari per Le Iene: il primo è più “family oriented”, il secondo più ironico e caustico.

Per me spostare questi “pesi” è un esercizio tecnico interessante, che non snatura il mio personaggio, e che in fondo mantiene fresco il mio lavoro. È una sfida che mi piace accattare.

Di solito questo approccio “paga”: la performance appare organica all’interno del programma, e non sembra appiccicata lì, con il sapore del siparietto della scimmietta ammaestrata invitata a fare i suoi cinque minuti non si sa bene per quale motivo…

Questo approccio ha sempre funzionato?

Una volta mi è capitato di farmi prendere la mano: mi riferisco ad una delle ultime apparizioni in tv che ho fatto, per il nuovo programma su Italia Uno: Big Show, condotto dal comico Andrea Pucci. Ero già stato ospite la settimana precedente, portando una sequenza del mio spettacolo teatrale. In quel caso, quindi, era stato facile e divertente, ma l’esperimento fu accolto così bene che Pucci e gli autori mi chiesero di ritornare la settimana successiva.

Ed hai voluto portare qualcosa di completamente nuovo, giusto?

Sì, per la seconda partecipazione non volevo mostrare un altro brano dallo show teatrale, e quindi avevo 5 giorni di tempo per scrivere qualcosa di nuovo e inedito che rispondesse a tutti i canoni del programma: durata, stile brillante e un po’ irriverente, che non richiedesse più di un paio di minuti di prove per agevolare tutta la produzione (che era davvero oberata di lavoro, perché il programma era molto complesso).

Inoltre, sapevo che agli autori era piaciuto molto che avessi chiesto al pubblico di dividersi tra fortunati e sfortunati, nella mia precedente partecipazione. Volevo continuare a dividere il pubblico, e così ho pensato di giocare sulla differenza tra scettici e believers. Era un buon punto di partenza, che mi intrigava, e sul quale ho cercato di costruire il mio esperimento. Quello che ho fatto in quella occasione, quindi, non solo non lo avevo mai eseguito in pubblico, ma non lo avevo nemmeno mai provato.

Ma è comunque stato un successo…

La sequenza è andata bene, sono rimasto soddisfatto del feedback da parte del pubblico dal vivo e degli autori, ma quella performance per me è stata molto più difficile.

Perché?

Sul palco, davanti al pubblico, la mia mente era divisa: una metà eseguiva i vari passaggi e l’altra cercava di tenere tutto assieme attraverso le parole. Questo mi ricorda un passaggio del libro “L’esperienza della magia”, del compianto Eugene Burger, nel quale critica quando un mago è nella condizione di “dover pensare a quello che sta facendo, piuttosto che farlo e basta”:

“Il più grande svantaggio di essere in due menti separate, mentre eseguiamo la nostra magia, è che ci impedisce di essere presenti come persone per le altre persone che sono il nostro pubblico. (…) Fintanto che la mia mente è divisa in due – e c’è una parte che osserva e critica – io, in verità, non sono pienamente presente come potrei essere se la mia mente fosse libera da preoccupazioni interiori relative all’esecuzione” [L’esperienza della magia – Florence Art edizioni].

E a te è successa esattamente questa cosa…

Sì. Quanto aveva ragione Eugene! Rivedendo il video dopo la messa in onda, infatti, mi sono accorto di aver ripetuto spesso un intercalare (la parola “Perfetto”). Ed è successo proprio perché avevo la mente divisa mentre presentavo una nuova idea senza aver avuto il tempo necessario per farla mia.

Si è trattato, comunque, di una situazione particolare: non tanto per il tempo a disposizione, ma per il fatto di aver deciso (scelta mia!) di correre il rischio di presentare una cosa nuova, scritta ad hoc, contando molto sull’improvvisazione. In verità non mi pento della scelta: mostrare lo stesso effetto a due persone con “mappe mentali” opposte, e confermare le loro credenze personali contemporaneamente, sfruttando il punto di vista da cui ognuno di loro osservava l’esperimento, era (almeno per i miei gusti) un concept a cui non potevo rinunciare.

Pazienza se il continuo ricorso alla parola “Perfetto!” non ha reso l’esperimento… perfetto…

Recentemente hai avviato il progetto “The Experience” portando il mentalismo dentro la dimensione più privata delle persone. Cosa cambia tra fare mentalismo in pubblico e farlo in privato? Quale dei due è più forte, più sconvolgente?

The experience è, alla fine dei conti, una specie di ritorno alle origini. Tutti noi abbiamo cominciato mostrando i nostri effetti ad un pubblico ristretto: all’inizio soprattutto amici e famigliari.
Poi, piano piano, può capitare che i nostri spettacoli crescano di frequenza e le nostre platee aumentino come dimensione.

Io sono stato senz’altro fortunato. Oggi, dopo dieci anni di mentalismo a teatro, in tv e per grandi convention aziendali, mi piace l’idea di tornare tra le quattro mura di un appartamento e rivolgermi ad un cerchio intimo di persone. Senza sovrastrutture: niente luci, niente musiche, niente videoproiezioni o scenografie.

Mi sono dato alcune semplici regole: ad esempio, ciò che farò in queste esperienze dev’essere materiale che – personalmente – non ho mai eseguito in nessuna circostanza. E, ovviamente, l’aspetto più bello sarà senz’altro il contatto così diretto con gli spettatori.

Non so se la parola “sconvolgente” sia quella giusta. Io spero che chi mi chiamerà possa vivere un’esperienza piacevole. Tutto qua.

Qual è l’aspetto più bello dell’essere un mentalista?

A me piace molto la parte autoriale. Mi piace pensare e scrivere le sequenze, e quando poi mi ritrovo sul palco e sento l’applauso del pubblico penso: “Ecco, vedi? Era una buona idea!”.

Il fatto che in scena ci sia io non è la cosa più importante: sarei altrettanto soddisfatto se a mettere in scena una mia idea fosse qualcun altro (…a patto che lo faccia bene!). Quando smisi di fare l’illusionista passai il mio spettacolo ad una coppia americana, ed era per me un grande piacere poter finalmente guardare il mio spettacolo da spettatore (e da regista).

Più che “l’effetto”, mi piace disegnare il percorso. Nel mentalismo, che è molto meno “visivo” dell’illusionismo, credo sia ancora più importante porre la dovuta attenzione a tutto ciò che accade tra la premessa e la conclusione. Per fare questo, il mio approccio è quello di sforzarmi per rendere il processo sensato e soprattutto accattivante, quasi a prescindere dal finale.

Qualche giorno fa ascoltavo il parere di un autore televisivo, che è anche appassionato del mio lavoro ed è venuto più volte con la sua famiglia a vedermi a teatro, proprio su questo argomento.

Chiacchierando, mi diceva con un sorriso: “Francesco, quando un mentalista dice Ora apri il libro e scegli una parola! noi spettatori sappiamo già dove andrà a parare. È difficile creare drammaturgia: paradossalmente, sarebbe più interesante se le cose finissero male, se il mentalista non riuscisse a indovinare la parola, ma è chiaro che si tratta di un escamotage che, se ripetuto, diventa controproducente. Quindi…voi mentalisti siete in trappola: se non indovinate è un fallimento, se indovinate è… scontato”.

Per questo diventa importante concentrarsi su quello che accade durante una sequenza: visto che spesso tutto il pubblico conosce (o ha intuito) la meta, bisogna far sì che sia bello il viaggio.

Di Giulia Galliano Sacchetto

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