Dove la valle si ferma ad ascoltare: la magia allo Stage4 di San Germano Chisone 🗓 🗺
Sette serate di Magia, da ottobre a maggio, da segnare prima ancora di cominciare a leggere.

Tutti gli spettacoli inizieranno alle 21!
9 ottobre: Psicomagia (Alexander)
6 novembre: Fantastico (Beppe Brondino e Madame Zorà)
29 gennaio: Wondermind (Antonio Argus)
26 febbraio: Mercante di fuffa (Jefte Fanetti)
20 marzo: Giochi d’artificio (Gianfranco Preverino)
11 aprile: Magicamente (Carlo Cicala)
7 maggio: Tinder, testimonianze imbarazzanti nobilitate da esperimenti rivelatori (Maga Gaia)

Costo del biglietto 15 euro.
Biglietti e tesseramenti disponibili su stage4.it e in via Scuole 5 a San Germano Chisone.
Scrivo questo articolo, scegliendo di non iniziare dal palco ma dalla strada, perché allo Stage4 la magia incomincia molto prima del sipario. Ci arriveremo pian piano, come ci si arriva davvero.
Se da Torino si risale verso Pinerolo e si prosegue in Val Chisone, a un certo punto la pianura si stringe e le montagne si avvicinano, quasi volessero dare un’occhiatina a chi passa. È la prima soglia e non ha né porte né insegne. San Germano Chisone è lì, a una quarantina di chilometri dal capoluogo e a poco meno di cinquecento metri di quota, con meno di duemila abitanti e un nome che in occitano (patuà) suona Sant German (in francese Saint-Germain, per ricordare che da queste parti le lingue si sono sempre amalgamate). Il torrente scorre accanto alla strada e verso sera la luce scende in fretta, lasciando accese le finestre una dopo l’altra.
In pieno centro, in via Scuole 5, c’è lo Stage4, un’associazione culturale che ha aperto nell’autunno del 2024 negli spazi che un tempo ospitavano la sala della Chiesa Valdese. Un luogo che ha cambiato funzione ma forse non del tutto natura, perché è rimasto uno spazio in cui ci si ritrova, e basta varcarne la porta perché cominci la seconda Soglia, quella reale!
La sala si mostra in un unico colpo d’occhio. Le pareti sono scure, quasi nere, e proprio per questo le poltroncine rosse risaltano ancora di più. Le file ordinate divise da un corridoio centrale che porta lo sguardo dritto verso il fondo. Sono 132 posti, in una sala lunga poco meno di quattordici metri e larga meno di dieci, piccola dunque, ma non stretta. Dalle porte in fondo entra ancora un po’ di luce del paese, e per qualche istante si sta con un piede dentro e uno fuori.
Il palcoscenico è fatto della stessa misura: una quarantina di metri quadrati di legno chiaro, senza proscenio e senza nulla che separi chi guarda da chi si esibisce. Davanti c’è un sipario di velluto rosso, e il dettaglio che scalda il cuore è l’apertura manuale. Non c’è un motore a decidere quando comincia la serata, basta qualcuno che tiri una corda, e per una serata di magia è il miglior inizio possibile.
Da due anni, la stagione dello Stage4 comprende anche una Rassegna di Magia, con un cartellone vero e un appuntamento che si rinnova. Quest’anno sul palco ci sono, tra gli altri Alexander, Gianfranco Preverino e Carlo Cicala, mentre l’anno scorso erano stati ospiti nomi come Diego Allegri e Aurelio Paviato. La lista è più lunga e non pretendo di citarla tutta, ma credo che la ragione per cui il tutto funzioni sia questa: la magia vive di prossimità, di sguardi che si incrociano e di un pubblico abbastanza vicino da sospettare di tutto e abbastanza ben disposto da scegliere di non farlo. Su un palco così, a pochi metri dalla prima fila, quel patto di fiducia si vede quasi a occhio nudo.
E allora la soglia più interessante è l’altra, quella che il mago ci chiede di attraversare con lui, il momento in cui un oggetto svanisce e noi, per dieci secondi, smettiamo di cercare la spiegazione. Basta un tavolo, un mazzo di carte, qualcuno disposto a credere, e il resto lo fanno la sala, il suo rosso e il suo buio, mentre fuori il torrente continua a scorrere come se nulla fosse.
Quando lo spettacolo finisce non si va subito via. L’artista resta sul palco e Riccardo Leto gli rivolge qualche domanda in una breve intervista pubblica, davanti ad una sala che ha ancora addosso lo stupore. Poi arrivano i saluti e si va via. È un piccolo rito che richiude quella soglia con la stessa delicatezza con cui era stata aperta.
Che ci si creda oppure no, la prossima volta che passate da San Germano Chisone provate a fermarvi. Sentirete anche voi una domanda sospesa in aria: quante cose lasciamo sparire ogni giorno, solo perché non ci siamo fermati a guardare?
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