Giovanni Belzoni: tra l’Io, la magia e il mito di Indiana Jones di Roberto Bombassei
Tutte le volte che riguardo, come se fosse la prima, i film di Indiana Jones non posso non pensare a lui. C’è qualcosa di profondamente moderno nella figura di Giovanni Battista Belzoni. Qualcosa che supera la semplice biografia dell’esploratore ottocentesco e si trasforma in mito narrativo, simbolo dell’uomo che cerca sé stesso attraverso il viaggio, il mistero e la sfida all’ignoto. La sua vita sembra sospesa tra archeologia, illusionismo, forza teatrale e avventura cinematografica. Non è un caso che molti storici della cultura popolare lo considerino una delle principali ispirazioni per Indiana Jones.
Belzoni nacque a Padova nel 1778, figlio di un barbiere. Il suo vero cognome era Bolzon, poi trasformato in Belzoni. Fin da giovane mostrò una natura inquieta, quasi incapace di accettare i confini della vita ordinaria. Studiò idraulica a Roma, meditò persino la vita monastica, ma le guerre napoleoniche e il desiderio di evasione lo spinsero verso il viaggio. Ed è qui che entra in gioco il primo elemento fondamentale della sua esistenza: l’Io.
L’Io come avventura
Belzoni appartiene a quella categoria di uomini per cui il viaggio non è semplice esplorazione geografica, ma ricerca identitaria. L’Egitto, per lui, non fu soltanto un luogo archeologico: fu uno specchio interiore. Nelle tombe dei faraoni egli cercava, inconsapevolmente, il proprio destino. Nell’Ottocento romantico l’Io era concepito come forza titanica, capace di sfidare il mondo.
Belzoni incarnava perfettamente questa idea. Alto oltre due metri, artista circense, uomo di spettacolo e ingegnere autodidatta, sembrava uscito da un romanzo di avventura. A Londra si esibiva come “Patagonian Samson”, il Sansone della Patagonia, realizzando numeri di forza nei teatri popolari.
La sua vita teatrale non fu una parentesi marginale: fu la matrice del personaggio Belzoni. Prima ancora di diventare esploratore, egli imparò il valore della scena, della costruzione del mito personale, della presenza fisica. Ogni sua spedizione futura conserverà qualcosa dello spettacolo. Lo storico Howard Carter, scopritore della tomba di Tutankhamon, lo definì “uno degli uomini più straordinari nella storia dell’archeologia”. Questa frase racconta bene l’ambiguità del personaggio: Belzoni era insieme scienziato e performer, esploratore e narratore di sé stesso.
La magia come illusione e conoscenza
Molto prima di affrontare le piramidi, Belzoni aveva sviluppato interesse per spettacoli ottici e illusionismo. Durante gli anni londinesi sperimentò la “phantasmagoria”, spettacoli basati su lanterne magiche e giochi di luce che simulavano apparizioni spettrali.
La magia, nel suo caso, non era semplice intrattenimento. Era il tentativo di dominare l’invisibile. L’Ottocento europeo viveva un rapporto ambiguo con l’Egitto: da una parte razionalismo scientifico, dall’altra fascinazione esoterica. Le piramidi, i geroglifici e le tombe alimentavano fantasie massoniche, occultistiche e spirituali. Belzoni si muoveva esattamente dentro questa tensione. Quando penetrò nella tomba di Seti I, nel 1817, l’evento fu percepito quasi come una discesa nel regno dei morti. Le sue descrizioni delle camere decorate, dei sarcofagi e dei corridoi sotterranei sembravano racconti gotici.
La magia, dunque, non era soltanto nei trucchi scenici: era nella capacità di evocare meraviglia. In questo senso Belzoni anticipa l’archetipo dell’archeologo-avventuriero moderno. Non il semplice studioso da biblioteca, ma l’uomo che affronta trappole, deserti, tombe e misteri.
Belzoni e la nascita del mito archeologico
Quando nel 1817 riuscì a trasportare il gigantesco busto di Ramesses II — il cosiddetto “Younger Memnon” — compì un’impresa considerata impossibile. Il colosso pesava circa sette tonnellate.
L’impresa trasformò Belzoni in leggenda europea. Egli liberò inoltre dalla sabbia il tempio di Abu Simbel, esplorò la piramide di Chefren, documentò tombe nella Valle dei Re e cercò città perdute lungo il Mar Rosso. Tuttavia la sua figura rimane controversa.
Molti archeologi moderni lo accusano di avere agito con metodi distruttivi, più vicini al saccheggio che alla ricerca scientifica. Britannica sottolinea come alcune sue operazioni oggi verrebbero considerate “pillage”, saccheggio. Belzoni appartiene a un’epoca in cui l’archeologia era ancora intrecciata al colonialismo europeo. Gli esploratori portavano reperti nei musei occidentali convinti di “salvare” il passato, ma spesso contribuivano allo spoglio culturale dei territori conquistati.
Ed è proprio questa zona grigia morale a renderlo così vicino a Indiana Jones.
Indiana Jones: il figlio cinematografico di Belzoni
Molti studiosi e appassionati individuano in Belzoni uno dei modelli storici del personaggio di Indiana Jones. Il parallelismo è evidente: entrambi sono archeologi-avventurieri;
entrambi usano il corpo prima ancora della teoria; entrambi affrontano tombe, deserti e civiltà perdute; entrambi trasformano la ricerca storica in spettacolo epico. Ma il legame più profondo è simbolico.
Indiana Jones rappresenta il desiderio moderno di vivere il sapere come esperienza fisica e spirituale. E Belzoni fu uno dei primi uomini reali a incarnare questo modello. Le illustrazioni dei suoi viaggi, i suoi racconti pieni di suspense e le sue imprese spettacolari contribuirono a creare l’immaginario archeologico che il cinema del Novecento avrebbe poi trasformato in mito globale.
L’Io contro il deserto
Nel fondo, tutta la vicenda di Belzoni può essere letta come una lotta tra l’uomo e il vuoto. Il deserto egiziano diventa metafora dell’ignoto interiore. Le tombe rappresentano il confronto con la morte. Le piramidi diventano simboli dell’eternità contro la fragilità dell’individuo. Belzoni cercava monumenti, ma forse cercava soprattutto sé stesso. In questo senso il suo rapporto con la magia assume un valore quasi filosofico: l’illusione serve a rendere sopportabile il mistero dell’esistenza.
L’esploratore, come il mago, costruisce narrazioni contro il caos. Ecco perché la sua figura continua a esercitare fascino ancora oggi. Belzoni non fu soltanto un archeologo. Fu un personaggio teatrale, un avventuriero romantico, un illusionista della realtà, un uomo sospeso tra scienza e leggenda. Morì nel 1823 in Africa occidentale, probabilmente per malattia tropicale, durante una nuova spedizione alla ricerca delle sorgenti del Niger.
Morì come aveva vissuto: inseguendo un mistero. E forse è proprio questo il motivo per cui il suo nome sopravvive ancora oggi, nascosto dietro ogni frusta impugnata da Indiana Jones, dietro ogni tempio perduto del cinema d’avventura, dietro ogni uomo che vede nel viaggio non una fuga, ma una forma di conoscenza di sé.

