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Essere e apparire di Roberto Bombassei

Essere e apparire. L’arte degli illusionisti come metafora della condizione umana

Il sipario è ancora chiuso. Dietro la tela rossa, un uomo in frac nero controlla per l’ultima volta le carte, le corde, il cilindro. Il pubblico mormora. Tra pochi minuti ciò che è impossibile diventerà visibile, ciò che è nascosto sembrerà evidente, ciò che è reale si dissolverà nell’aria.
L’illusionista non mente: mostra.
Ed è proprio in questa frattura sottile tra essere e apparire che si gioca la sua arte e, forse, la nostra stessa esistenza.

Essere e apparire: una frattura antica

Già nella Grecia antica la tensione tra ciò che è e ciò che appare era un enigma filosofico.
Parmenide scriveva nel suo poema:
«L’essere è, il non-essere non è.»
Una dichiarazione assoluta, quasi magica nella sua rigidità: l’essere è unità, immobile, eterno. Tutto il resto , il mutamento, la molteplicità, le apparenze è inganno dei sensi.
Ma se così fosse, l’illusionista sarebbe il più grande eretico dell’ontologia: egli costruisce mondi effimeri, crea ciò che sembra essere e subito scompare.
Eppure, già Platone nel Simposio e soprattutto nella Repubblica suggeriva che il mondo sensibile è solo ombra di un mondo ideale. Nel celebre mito della caverna scrive:
«Gli uomini vivono come prigionieri, scambiando le ombre per la realtà.»
Che cos’è il teatro della magia, se non una caverna illuminata?
Il pubblico sa che ciò che vede è ombra e tuttavia si lascia sedurre.
L’illusionista, in fondo, non crea un inganno: svela la fragilità della percezione.

L’arte dell’inganno come disciplina pratica

Nell’Ottocento, quando il razionalismo sembrava aver trionfato, i teatri europei si riempivano per assistere ai prodigi di Jean Eugène Robert-Houdin, considerato il padre della magia moderna. Egli scrisse nei suoi Confidences d’un prestidigitateur:
«Un prestigiatore è un attore che interpreta il ruolo di un mago
Non un mago, ma un attore. Non l’essere, ma l’apparire.
Robert-Houdin comprendeva ciò che molti filosofi avevano intuito: l’illusione è un’arte tecnica, pratica, rigorosa. Nulla è lasciato al caso. Ogni gesto è studiato, ogni sguardo calcolato.
Qui entra in scena il secondo grande tema: teoria e pratica.
L’illusionista non può vivere solo di teoria. Non basta conoscere le leggi dell’ottica o della psicologia. Egli deve provare, ripetere, fallire, correggere. L’arte della magia è artigianato del possibile.
E tuttavia senza teoria la pratica sarebbe cieca.
Aristotele nella Metafisica affermava:
«La teoria è più nobile della pratica, ma la pratica è più necessaria alla vita.»
L’illusionista incarna questa sintesi: la sua conoscenza teorica dei meccanismi percettivi si traduce in gesto concreto, in movimento impercettibile delle dita.
Il pubblico vede il risultato.
Non vede il lavoro.

Houdini: l’essere che sfida l’apparire

Sul finire dell’Ottocento, un uomo magro e tenace trasformò la fuga in un’arte esistenziale: Harry Houdini.
Incatenato, immerso nell’acqua, sospeso a testa in giù, Houdini faceva della propria vulnerabilità uno spettacolo. In una sua dichiarazione scrisse:
«La mia mente è la chiave che mi libera.»
Qui l’illusione cambia natura: non è più soltanto apparizione, ma prova fisica. L’essere rischia davvero. Il corpo è reale, il pericolo è reale.
Eppure, ciò che il pubblico percepisce è una rappresentazione del superamento dei limiti.
Houdini non negava la realtà.
La attraversava.
E così l’illusionista diventa figura simbolica dell’uomo moderno: stretto tra vincoli materiali e desiderio di trascendenza.

Il Novecento e la psicologia dell’illusione

Nel Novecento, con lo sviluppo della psicologia cognitiva, si comprese che l’illusione non è solo trucco tecnico ma collaborazione inconscia dello spettatore.
Sigmund Freud scriveva:
«L’Io non è padrone in casa propria.»
La magia sfrutta proprio questo: l’attenzione selettiva, le aspettative, i vuoti della percezione.
L’illusionista non crea un errore: lo orienta.
E in questo senso la magia diventa metafora della società contemporanea, dove l’apparire domina sull’essere, dove l’immagine precede la sostanza.
Guy Debord, nel suo La società dello spettacolo, affermava:
«Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione.»
Il mondo moderno è un grande palcoscenico.
L’illusionista ne è l’artista consapevole.

Essere illusionista: etica di una soglia

Ma qui nasce una domanda: l’illusionista inganna?
No, perché il pubblico sa di essere ingannato.
È un patto. Una sospensione volontaria dell’incredulità, come direbbe Samuel Taylor Coleridge.
L’arte dell’illusione non distrugge la verità; la mette in scena per mostrarne i limiti.
Nel silenzio finale, quando il sipario si richiude, resta una consapevolezza sottile: ciò che abbiamo visto era falso, ma la meraviglia era vera.
Ed è forse questo il punto più alto della riflessione: l’apparire può generare un’esperienza autentica.

l’uomo come illusionista di sé stesso

Nel buio del teatro, l’illusionista raccoglie i suoi oggetti. Il pubblico torna alla vita quotidiana. Ma qualcosa è cambiato.
Abbiamo compreso che:
l’essere non è mai completamente visibile,
l’apparire non è sempre menzogna,
la teoria senza pratica è sterile,
la pratica senza teoria è cieca.
L’illusionista non è soltanto un artista dell’inganno: è un filosofo in frac.
E forse l’intera esistenza è un numero di prestigio: impariamo gesti, costruiamo maschere, interpretiamo ruoli. Mostriamo ciò che vogliamo essere, nascondiamo ciò che temiamo.
Ma tra il gesto e lo sguardo, tra la mano che distrae e quella che agisce, si apre uno spazio fragile e luminoso.
È lì che abita la verità.
Non nell’essere puro di Parmenide,
non nelle ombre di Platone,
non nelle catene spezzate di Houdini.
Ma in quel momento sospeso in cui sappiamo che è un’illusione
e tuttavia scegliamo di crederci.
Perché, in fondo, l’arte dell’illusionista non ci insegna a mentire.
Ci insegna a guardare meglio.

Andrea Clemente Pancotti

Principalmente sono io Andrea Clemente Pancotti: infanzia rovinata dai fascicoli di “STUPIRE!” di Carlo “Mago Fax” Faggi. Abbandona l’Arte per poi riscoprirla alla soglia degli ‘anta.“. Ora il team si e’ allargato, siamo comunque un gruppo di amatori, seriamente innamorati della Magia…

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